Palme, biscotti e immortalità dell’anima

Rami di miele

Domenica scorsa In cerca di uno svago culturalmente e fisicamente poco impegnativo convinco la raffreddatissima amica Franca a fare un giro alla Crocetta al mercatino del vintage pubblicizzato su internet.

Di banchi effettivamente dedicati alla brocante ne avvistiamo solo due, uno di cappelli (minuscoli, si sono rimpiccioliti col tempo o le misure sono così cambiate?) e uno di bottoni e splendide tazze inglesi con sottopiatto dei primi del Novecento purtroppo crepate, pare ritrovate in un pollaio, sic transit gloria mundi, incongruamente accoppiate a borse di marca, poco vintage, non troppo allegre.
In mezzo al numeroso pubblico, tra le bancarelle spuntano e spiccano i rami di ulivo di quelli che, usciti dalla messa ne portano a casa e in dono agli amici, onde ne nasce una discussione sul significato del nome e dell’omaggio.
Antefatto: avendo superato l’ennesimo concorso che mira a controllare che sia idonea all’insegnamento della materia con domande sulla medesima, forse temendo che – per raggiunti limiti di età – possa essere affetta da cali di memoria o malattie degenerative, mi trovo nella paradossale condizione di dover insegnare la materia della mia classe di concorso -Storia dell’arte  – in un istituto professionale della provincia di Torino.
E fin qui niente di (troppo) strano.
La cosa anomala è che in entrambi gli indirizzi – agrario e alberghiero – non esiste la mia materia nel piano di studi, e quindi mi trovo a fare il potenziamento di una materia fantasma, che tuttavia nell’istituto, non  si sa per quale motivo,  è comunque legata a una cattedra di diritto; il che per i non addetti ai lavori, sta a significare che corrisponde a una posizione professionale fissa e inamovibile come la stella polare.
Nell’incertezza di come utilizzarmi vengo quindi aggregata alle classi terze come potenziamento sulla materia di storia; e mi trovo a inventarmi un corso di storia dell’arte alternativo che coinvolga gli interessi di entrambi i corsi di studio; e, come al solito, nella mia vita che si sviluppa non come in una retta, ma come una spirale che allargandosi va a toccare sempre le stesse tematiche e gli stessi luoghi in un ciclo di eterno ritorno, mi trovo a parlare di cibo.
Cibo nella rappresentazione, nella produzione e nella comunicazione, sia per quanto riguarda i periodi oggetto di studio – Medioevo e Rinascimento – che per quanto riguarda un progetto di ricerca azione sulle sempreverdi tematiche del Futurismo, padre di tutte le innovazioni tecnologiche e culinarie.
E poi, on demand, un ciclo di lezioni sul Trionfo della morte, perché sul libro di storia ci sono immagini collegate all’argomento della peste nera. Allegria.
Armata di internet e buona volontà acquisisco materiali iconografici, video, bibliografie. E. come mio solito, la prendo alla lontana, dal concetto di morte presso l’antichità al giudizio divino, all’esistenza di un aldilà e alla sua struttura. Da Omero a Virgilio, da Virgilio a Dante – passando per Maometto – il tutto accompagnato  dalle  allegre danze macabre, dagli incontri di vivi e morti e dai giudizi universali.
Ma, memento hominem esse, la vita scolastica non è fatta solo di insegnamento; esistono i rapporti con i colleghi, la condivisione dei mezzi pubblici, le chiacchierate mattutine, il caffè del mattino alla macchinetta della scuola, le amicizie che nascono sul treno e si sviluppano su Facebook.
“/redirect.php?URL= Io seguo il gruppo di cucina siciliana” dice Silvana, nuova amica “vuoi che ti iscrivo?”
Non sia mai detto che rifiuti un’occasione del genere.
E così mi ritrovo, in concomitanza con il giorno dei morti, a preparare una ricetta di chiara ascendenza greca – i rami di miele -  che mi ha colpito non solo per l’uso degli ingredienti, ma anche per la forma di questi biscotti che ricorda le palmette dell’apparato decorativo dei templi.
La forma – probabilmente per un processo di disgregazione della memoria si è nel frattempo un po’ sfaldata ma, come in un affresco semi cancellato basta poco per riportarla alla giusta forma. Buoni ma impegnativi per l’apparato masticatore – data l’assenza di lievito – questi biscotti, nell’estrema semplicità degli ingredienti conservano l’antico sapore dei dolci classici, quando ancora non si conosceva l’uso dello zucchero.
Tornando alla nostra lezione tra le immagini da proporre mi trovo a utilizzare quella della celebre Tomba del tuffatore, conservata nel museo di Paestum, e trovo un’interessante esegesi che parla della simbologia collegata al tuffo.


Tuffo come simbolo del trapasso dalla vita alla morte, da un trampolino i cui rocchi di pietra sono nel numero di sette – siamo nel V secolo, e Pitagora aveva già costituito la sua scuola e la sua teoria sul significato dei numeri – che rappresenta i cicli di vita. L’acqua in cui si tuffa il defunto ha una forma strana, non piatta come ci si aspetterebbe, ma curva, che gli studiosi spiegano essere la rappresentazione del grande fiume Oceano, che secondo gli antichi circondava il mondo e il cui attraversamento consentiva all’anima di giungere dall’altra parte, nel regno dei beati.
E poi un qualcosa che non avevo notato prima e non solo io, probabilmente, perché non l’ho trovato in alcuna altra fonte.
La cornice della scena, con delle palmette ai lati.
Sono loro?
Sono i rami di miele veramente delle palmette?
Vado a fare ricerche sulla simbologia della palma e scopro non solo rimandi al simbolo nelle altre religioni – dagli antichi sacerdoti egizi la palma era adorata come manifestazione del divino, in quanto la sua forma richiama i raggi del sole e Hathor, la dea del cielo – talvolta identificata con a stessa Iside – era detta la “signora della palma da dattero” tanto che in alcune pitture la dea è rappresentata mentre distribuisce il cibo dell’immortalità dal centro dell’albero celeste.
Nella mitologia greca la palma è una pianta solare, in quanto essa è sacra ad Apollo: il mito  racconta che Latona, giunta a Delo, partorì il dio della luce appoggiandosi ai tronchi di due palme.
Non solo, ma nella cultura greca essa era accostata alla fenice – l’uccello che risorge dalle proprie ceneri – anche in senso linguistico: e infatti il termine greco phoinix significa palma.
E nella religione cattolica? Nei Salmi, si dice che “come fiorirà la palma così farà il giusto”: la palma infatti produce un’infiorescenza quando sembra ormai morta – il che spiega il collegamento con il concetto di rinascita – così come i martiri hanno la loro ricompensa in paradiso; e ,nella domenica delle Palme la simbologia rimanda all’entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme anticipandone figurativamente la Resurrezione dopo la morte. Che è poi il motivo per cui nell’iconografia dei santi è collegata al martirio.
Però – c’è sempre un  però – nella tomba del tuffatore le palme sono diverse da quelle delle decorazioni classiche o che spiccavano sulla cima del frontone del Partenone, quasi antenna di collegamento tra mondo umano e divino, terra e cielo, al di qua e aldilà.
Perché le palme della tomba hanno 5 rami, non uno di più, non uno di meno, al posto dei 7, 9, 11 abituali.
Perchè cinque?
Altra ricerca e scopro che il numero 5 o Pentade, nelle teorie pitagoriche è il numero dell’uomo considerato mediatore fra Dio e l’Universo. Rappresenta i matrimonio, in quanto unione del 2 e del 3, l’uomo che genera l’uomo, la vita e il potere, tanto che la stella iscritta nel pentagono era il simbolo dei pitagorici. Il cinque è quindi un ponte tra il mondo materiale e il mondo spirituale, lo spirito che domina gli elementi, e per questo motivo la figura umana è stata rappresentata inscritta nel pentagramma, dove la testa domina i quattro arti così come lo Spirito domina i quattro elementi, come da teoria Aristotelica.
E i biscotti cosa c’entrano? C’entrano, sia per la chiara origine greca della ricetta – solo miele per dolcificare, niente lievito, una mandorla al centro, anche questo un elemento simbologico, perché la mandorla è emblema di rinascita; sia perché connessi con il culto dei morti. 
La forma? Quella della palmetta, o anche quella della spirale, che in questo contesto può sia rappresentare la rinascita come simbolo di energia e fecondità che il viaggio dopo la morte.
Le palmette – che si chiamano in realtà rami di miele – hanno in realtà 3 foglie, vuoi per motivi di assemblaggio vuoi per simbolismo di una festa che celebra la riunione spirituale dei vivi con i loro antenati; e il tre, la cui espressione geometrica è il triangolo può essere visto come simbolo del ritorno del multiplo all’unità in cui due punti separati nello spazio, si riuniscono in un terzo punto situato più in alto; il riconoscimento delle proprie radici e, nello stesso tempo, l’evoluzione della specie.
Detto questo si tratta di dolci dal gusto antico, particolare, che però vanno gustati con la debita calma e solo se dotati di un robusto apparato masticatorio.
Per robusti masticatori pitagorici
(dosi per circa 30 biscotti)
250 gr farina
200 miele + un cucchiaio di miele per lucidare i biscotti dopo la cottura
1 arancia (o 1 limone), la scorza grattugiata (metà)
1 cucchiaino lievito (facoltativo, ma utile perché i biscotti rischiamo di diventare troppo duri)
Sciogliete il miele in una pentolino senza  farlo bollire, unire alla farina, che avrete versato in una ciotola insieme alla buccia grattugiata degli agrumi,e amalgamare il tutto fino ad ottenere una pasta morbida; lasciare riposare l’impasto per un’ora (c’è chi suggerisce una notte, ma dipende se mettete o meno il lievito). Lavorare l’impasto, dividerlo in parti e ricavarne dei rotoli del diametro di circa 1 cm, da dividere in due parti, l’una il doppio dell’altra e assemblare ricavando la forma della palmetta, creando con un coltello la divisione interna alle foglie, Unire al centro la mandorla prima di cuocere su una teglia rivestita di carta da forno 180 gradi per 10/15 minuti. Lasciarli raffreddare e lucidarle con il miele rimanente. Si conservano, inutile dirlo, a oltranza; o meglio, per l’eternità.

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