Granita di Messina e Barad di Gaza

“E pace su di te il giorno in cui te ne andasti, con tutte le tue bellezze
affascinanti!
E pace su di te il giorno in cui ritornerai come eri, un paradiso
per gli italiani!” Hafiz Ibrahim. 

Tre anni fa sono stata a Messina, era la prima
volta che assaggio la granita, buona e rinfrescante, l’esperienza è rimasta
soprattutto perché mia figlia vuole tornarci per la granita. Sempre il cibo è
l’occasione per parlavo con na mia amica Feda Zeyad di Gaza, mi parlava del
barad come se fosse il rinfrescante unico. riflessione mi porta a pensare a due
elementi semplici ma simbolici che appartengono a questi luoghi: il barad di
Gaza e la granita di Messina. Due bevande fresche, nate in contesti climatici
diversi, ma accomunate dal loro potere di dare sollievo. A Gaza, il barad è un
lusso semplice, un momento di tregua nelle giornate roventi, mentre a Messina,
assaporare la granita è un rito, un’esperienza che celebra la dolcezza della
vita. Ricordo ancora la prima volta che ho assaggiato la granita, proprio a
Messina. Era come se, con ogni cucchiaino, potessi sentire la storia e la
cultura di quel luogo. Messina e Gaza: due luoghi separati da mari e secoli, ma
uniti da immagini di distruzione e resilienza. Il terremoto di Messina del 1908
– uno dei più devastanti della storia moderna – lasciò dietro di sé rovine
fumanti e corpi bruciati, una scena che il poeta egiziano Hafiz Ibrahim
immortalò in una poesia straziante, testimone della tragedia e della solidarietà
umana. Gaza, invece, continua a vivere un genocidio quotidiana, dove le vite si
spengono non per mano della natura, ma per i missili che piovono
incessantemente, e per la fame. Eppure, il risultato è lo stesso: corpi
bruciati, infrastrutture distrutte, case sterminate, alberi tagliati … Eppure,
c’è qualcosa di paradossale in questi due prodotti. Entrambi sono legati
all’idea di freschezza, di sollievo, di vita – eppure, nelle stesse terre che li
hanno generati, il fuoco è il protagonista. Il fuoco di un terremoto, che
devasta in un attimo; il fuoco di un missile, che distrugge vite e speranze.
Questo contrasto è una metafora potente di come, anche nei momenti più bui, le
persone trovino il modo di conservare una scintilla di umanità.

Attraverso queste immagini, mi chiedo: cosa possiamo imparare da Messina e Gaza?
La poesia di Hafiz Ibrahim ci ricorda che il dolore può essere un linguaggio
universale, che lega le storie umane. E i simboli come il barad e la granita ci
insegnano che, nonostante tutto, c’è sempre un modo per rinfrescare l’anima, per
ritrovare un momento di pace anche nelle circostanze più difficili.

Messina e Gaza: due luoghi diversi, due tragedie lontane nel tempo e nello
spazio, ma uniti da una lezione di resistenza. Ricordare queste storie non è
solo un atto di memoria, ma un modo per riaffermare il valore della vita, della
cultura e della speranza  Messina e Gaza: due luoghi separati da mari e secoli,
ma uniti da immagini di distruzione e resilienza. Il terremoto di Messina del 28
dicembre 1908 – uno dei più devastanti della storia moderna – colpì la città
alle prime ore del mattino con una magnitudo stimata di 7.1. In pochi secondi,
Messina venne rasa al suolo, con oltre 80.000 vite spezzate. Le rovine fumanti,
le urla dei sopravvissuti e i corpi bruciati crearono un paesaggio apocalittico.
Il poeta egiziano Hafiz Ibrahim immortalò questa tragedia in una poesia che
divenne un simbolo di solidarietà e lutto condiviso. Con versi profondi, Hafiz
descrisse Messina come una città ferita ma non sconfitta, un luogo in cui il
dolore umano divenne il ponte per una compassione universale. Dopo il terremoto,
Messina affrontò una lunga fase di ricostruzione, sia fisica che morale.
Nonostante la distruzione, la città riuscì a risorgere dalle sue ceneri,
trasformandosi in un simbolo di resilienza. La ricostruzione fu lenta, ma
Messina tornò a vivere, con nuove architetture e un nuovo spirito comunitario.
La tragedia lasciò ferite profonde, ma anche una lezione di speranza: “Possiamo
cadere, ma ci rialziamo sempre,” sembrava dire ogni pietra ricostruita. Questa
riflessione mi porta a pensare a due elementi semplici ma simbolici che
appartengono a questi luoghi: il barad di Gaza e la granita di Messina. Due
bevande fresche, nate in contesti climatici diversi, ma accomunate dal loro
potere di dare sollievo. A Gaza, il barad è un lusso semplice, un momento di
tregua nelle giornate roventi, mentre a Messina, assaporare la granita è un
rito, un’esperienza che celebra la dolcezza della vita. Ricordo ancora la prima
volta che ho assaggiato la granita, proprio a Messina. Era come se, con ogni
cucchiaino, potessi sentire la storia e la cultura di quel luogo. Eppure, c’è
qualcosa di paradossale in questi due prodotti. Entrambi sono legati all’idea di
freschezza, di sollievo, di vita – eppure, nelle stesse terre che li hanno
generati, il fuoco è il protagonista. Il fuoco di un terremoto, che devasta in
un attimo; il fuoco di un missile, che distrugge vite e speranze. Questo
contrasto è una metafora potente di come, anche nei momenti più bui, le persone
trovino il modo di conservare una scintilla di umanità. Attraverso queste
immagini, mi chiedo: cosa possiamo imparare da Messina e Gaza? La poesia di
Hafiz Ibrahim ci ricorda che il dolore può essere un linguaggio universale, che
lega le storie umane. Con versi che riecheggiano attraverso il tempo, Hafiz
scriveva: “Quando la terra si scuote e i cuori tremano, resta solo la forza
della solidarietà per ricostruire ciò che è stato perso.” Questi versi ci
ricordano che, anche nella tragedia, esiste la possibilità di rinascita. E i
simboli come il barad e la granita ci insegnano che, nonostante tutto, c’è
sempre un modo per rinfrescare l’anima, per ritrovare un momento di pace anche
nelle circostanze più difficili. La granita, con la sua dolcezza, e il barad,
con la sua semplicità, sono un promemoria che la vita continua, che possiamo
trovare frammenti di gioia anche quando tutto sembra perduto. Messina e Gaza:
due luoghi diversi, due tragedie lontane nel tempo e nello spazio, ma uniti da
una lezione di resistenza. Ricordare queste storie non è solo un atto di
memoria, ma un modo per riaffermare il valore della vita, della cultura e della
speranza. Perché, come ci insegnano Messina e Gaza, finché c’è memoria, c’è
futuro. E finché c’è speranza, c’è possibilità di rinascita.

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