Perché e come cuocere il riso per assorbimento

Aspetto del riso cotto per assorbimento

Siamo talmente abituati a tuffare il riso in un mare di acqua bollente per poi scolarlo come si fa con la pasta, che abbiamo dimenticato l’esistenza di un metodo di cottura molto più raffinato, sia dal punto di vista gastronomico che chimico-nutrizionale.

Parliamo della cottura per assorbimento, tecnica millenaria di origine orientale che trasforma il modo in cui il chicco interagisce con l’acqua e il calore e che, per di più, avvenendo a fiamma bassa e col coperchio, consente di non sprecare energia.

Devo premettere, però, che sebbene cuocere il riso per assorbimento consenta di ottenere ottimi risultati se si serve il cereale come contorno o lo si impiega nelle insalate (come quella con pollo, mais e curry), questo procedimento non va seguito nella preparazione dei risotti classici, che richiedono di essere mescolati spesso per favorire il rilascio dell’amido e creare la mantecatura.

Perché cuocere il riso per assorbimento: nutrizione e chimica

Se siete attenti alla vostra salute, la prima domanda che dovete porvi non è “come si fa?”, ma “perché dovrei cambiare metodo?”.

La risposta sta nella conservazione di ciò che è invisibile agli occhi: i micronutrienti.

Addio alla dispersione dei nutrienti

Quando lessate il riso in abbondante acqua e poi lo scolate, state letteralmente buttando nel lavandino una parte preziosa del vostro pasto.

Infatti molte vitamine e sali minerali contenuti nel riso sono idrosolubili e, quindi, migrano dal chicco all’acqua di cottura se li si fa bollire normalmente col risultato che per alcune sostanze preziose per l’organismo, come le vitamine B1 e PP, si arriva ad una perdita delle proprietà benefiche di oltre il 50%.

Con la tecnica per assorbimento,invece, l’acqua viene completamente inglobata nel chicco e con essa rimangono “intrappolati” pure i micronutrienti che altrimenti andrebbero perduti e, anche se l’apporto calorico resta invariato rispetto alla bollitura, la densità nutrizionale del riso cotto in tal modo è nettamente superiore.

Le varietà di riso più adatte alla cottura per assorbimento

Sebbene teoricamente sia possibile cuocere per assorbimento qualsiasi varietà di riso, in pratica la  scelta dipende dal risultato gastronomico che si desidera ottenere e dalla quantità di amido presente nel chicco.

Se il vostro obiettivo è ottenere un riso con i chicchi ben separati (“sgranati”), le varietà meno adatte all’assorbimento sono quelle ad alto contenuto di amido, come i classici risi da risotto (Arborio, Carnaroli, Roma, Baldo).

Con queste varietà, la cottura per assorbimento produce un risultato naturalmente molto cremoso (anche senza grassi aggiunti), proprio perché l’amido non viene disperso nell’acqua di scolatura.

Pertanto, per avere chicchi sgranati con queste tipologie, è preferibile effettuare la bollitura classica in abbondante acqua salata.

Le varietà a chicco lungo come Basmati, Jasmine, Apollo e Selenio, sono considerate le migliori per questa tecnica dato che, contenendo una bassa percentuale di amido, i  loro chicchi prestano perfettamente a restare compatti e separati dopo aver assorbito tutto il liquido.

Esistono, però, alcune varietà a chicco corto, come l’Originario, il riso per sushi (Koshihikari) o il Bomba (ideale nella preparazione della paella), che sono anch’esse perfettamente adatte ad essere cotte per assorbimento, perché in grado di mantenere la loro struttura.

Proporzioni e varietà di riso

Non tutte le varietà di riso uguali davanti a una pentola d’acqua ed è fondamentale tener conto di quella che si usa, poiché la riuscita di questa tecnica dipende quasi interamente dal rispetto del rapporto tra riso e liquido.

  • Riso Basmati, Jasmine, Apollo e Selenio: sono i candidati ideali alla cottura del riso per assorbimento grazie alla loro struttura a chicco lungo e al basso contenuto di amido. Il rapporto standard è 1:2 (es.100g di riso per 200ml di acqua).
  • Riso Integrale: richiede tempi più lunghi e più acqua. Il rapporto sale a 1:2,5 o a 1:3.
  • Riso per Sushi: anche questo, in proporzione 1:1,5, si presta all’assorbimento per ottenere la tipica consistenza compatta ma non collosa.

>La variabile tempo: quanto deve restare il riso sul fuoco?

Pur non esistendo un “cronometro” universale per il riso, in quanto ogni varietà ha una struttura cellulare diversa che oppone una resistenza specifica all’idratazione, ci sono dei tempi indicativi della cottura del riso per assorbimento a seconda della tipologia impiegata.

Risi bianchi

Basmati, Jasmine, Apollo e Selenio richiedono mediamente tra gli 11 e i 15 minuti, la cottura del riso per Sushi si attesta sui 10-12 minuti le varietà italiane (Sant’Andrea, Vialone Nano) e quelle da risotto (Carnaroli, Arborio, Roma, Baldo) necessitano di 14-16 minuti.

Risi integrali, semi-integrali e pigmentati

Per queste varietà la fibra del pericarpo rallenta tutto e, inoltre, i tempi possono variare sensibilmente se è stato effettuato un se viene lasciato in acqua per almeno 5 ore.

Riso Venere e riso rosso integrale necessitano di  30-35 minuti di cotture (previa 1 ora di ammollo), mentre il riso nero selvatico solitamente è pronto in 20 minuti dopo un ammollo di 3-4 ore.

Se decidete di seguire la tecnica del pilaf, che prevede il passaggio in forno della pirofila sigillata, il tempo standard è di 35 minuti a 190°C-200°.

In ogni caso e qualunque sia il riso che vogliate adoperare, è bene, comunque, attenervi alle istruzioni di cottura indicate dal produttore e riportate sulla sua confezione.

Come cuocere il riso per assorbimento step by step

Per ottenere un risultato professionale anche se non siete degli chef, seguite questa procedura dalle basi scientifiche:

  1. Il lavaggio (fondamentale): versate il riso in una ciotola e sciacquatelo con acqua fredda, massaggiandolo delicatamente. Ripetete finché l’acqua non risulterà limpida in modo di rimuovere l’amido superficiale “grigiastro” che renderebbe il riso colloso.
  2. L’ammollo (opzionale ma consigliato specialmente per le varietà integrali): lasciare il riso in acqua per circa 15-20 minuti prima di cuocerlo garantisce una cottura più uniforme e rapida.
  3. La cottura: mettete il riso e l’acqua (partendo da acqua fredda o tiepida, ma sempre con dosi precise) in una pentola dal fondo spesso e portate ad ebollizione a fiamma vivace.
  4. Il non disturbare”: appena l’acqua bolle, abbassate la fiamma al minimo, coprite il coperchio (che deve essere a buona tenuta) e non mescolate mai, visto che il riso deve assorbire il vapore e il liquido in totale autonomia.
  5. Il riposo finale: una volta che l’acqua è stata assorbita, spegnete il fuoco e lasciate riposare il riso con il coperchio chiuso per altri 5-10 minuti per permettere al vapore residuo di distribuirsi uniformemente, perfezionando la texture del chicco.

I tre comandamenti per non sbagliare

  • Usate la pentola giusta: serve un fondo spesso in acciaio inox o, meglio ancora, in terracotta per distribuire il calore in modo omogeneo senza bruciare il fondo.
  • Non sollevate il coperchio: se lo faceste, disperdereste il vapore necessario alla cottura e interrompeste il processo termico.
  • Non andate a occhio: la cucina è chimica e la chimica richiede misure. Usate una tazza (con la quale è anche possibile stabilire le dosi a persona) o una bilancia per mantenere le proporzioni.

Perché non usare troppa acqua

Potreste essere tentati di aggiungere acqua “per sicurezza”, ma non è opportuno farlo, poiché un eccesso di liquido porterebbe a un minore gusto e a una consistenza eccessivamente cedevole.

Qualora il riso risulti spesso troppo cotto, provate a ridurre leggermente il quantitativo di acqua, correggendo il tiro in base alla pentola che adoperate e alla potenza del vostro fornello, ma ricordando che cuocere il riso per assorbimento serve ad evitare di scolare l’acqua e, di conseguenza, a preservare così tutti i micronutrienti idrosolubili che altrimenti andrebbero perduti.

In sintesi, se cercate un contorno leggero e chicchi ben divisi, evitate di cuocere per assorbimento i risi ricchi di amido senza averli prima lavati accuratamente per rimuovere la polvere amidacea superficiale, ma se, invece, gradite una consistenza naturalmente più legata e cremosa, potete applicare questa tecnica a quasi ogni varietà, rispettando i corretti rapporti tra acqua e cereale.

 

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Credito foto in evidenza: yoppy per Flickr.com

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