Picnic Pack

Come l’ansa di un fiume, il porticciolo riparo dal mare aperto. Sempre viaggio ma planando sui dettagli del paesaggio. Il paesaggio è fatto di cose e persone. Niente fretta, niente aerei, levarsi le ali può servire a ritrovarsi e ritrovare. Ritrovare rumori semplici, sapori e arie dirette, profumi e visioni di come la vita dovrebbe essere sempre. Per questo vi invito a un viaggio speciale: un picnic. Ché poi con la tropicalizzazione del clima, almeno perdurano le condizioni di quella  che è una delle più belle attività da relax, internazionale, trasversale, interclassista e multietnica che attraversa gli anni che passano e le stagioni che cambiano anche quando gli pare un po’.

  
Cosa è un picnic?
Sì ecco, trattasi di qualche persona con legami xy o zw o come volete voi che decide di andare a mangiare informalmente da qualche parte, e si prepara. Un sabato del villaggio che dovrà stare in un cesto, cestino anche direttamente nella bauliera della macchina o altro mezzo di locomozione social.
Cosa portiamo?
Facciamo mente locale. Dopotutto è facile: che si fa in un picnic? Si mangia e si beve e ci si diverte. Il divertimento non si porta dietro, si fa lì per lì. Quindi dedichiamoci al resto
Dove e come?
Beh, lo stato brado ovunque sia, mari monti lago o collina, impone  una coperta di base, il plaid per la seduta e per l’apparecchiatura, per l’impronta che darete alla giornata, del tipo: che mi metto oggi, mi sta bene questo vestitino? A quadri. Non che a righe sia sbagliato, ma anche sì. Un picnic con una coperta a righe comincia male e promette peggio di uno scozzese in minigonna leopardata invece che con il gonnellino in tartan, e no quello che ci si corre sopra, eh?!!
Io ne ho uno che linusianamente è con me dall’infanzia. Lo guardo ora, un po’ stanco, ammaccato nella carrozzeria come me, ma posso sentire il  motore che romba appena sente parlare di muoversi, mangiare bere e divertirsi, come me.


Gnam gnam?
Procediamo con cosa ci potrebbe stare bene con quel vestitino, o meglio sopra. Direi di farla semplice, a me piace così, anche se niente vieta di alzare il tiro, Siete caldi a leggere la mia storia e immaginare in parallelo la vostra? Ganzissimo! Uno slalom parallelo di ricordi, cibi e liquidi… vavavuma senor! Pane formaggio e salame ok? Chi dice salsiccia? Aggiudicato.

Accessori
Allora ci vuole un coltello. Sì lo so non suona pacifista, è un simbolo fallico, ma se sento le voci dentro di me  “o Funa lo tagli te il pane?” “ Francesco  lo taglieresti un po’ di salame?” “ohi, com’è il formaggio quello lì vecchio?” ecco ora provate voi a risolvere tutto questo a testate o a mani nude, ve lo dico subito: non funziona. E poi Laguiole fa coltelli anche specifici per donne, Così la quota rosa ritorna sotto la tenda di campdavidpicnicnoproblem.
Detto questo non c’è “un” coltello, ma IL coltello, quello che ti fa sentire nel Montana fra mandrie e cowboy. Unicuique suum. Io ne ho 2 nel cuore, metaforicamente parlando (a parte il 1000usi svizzero che conoscete da altri post): un Laguiole detto “da carrettiere”, solo 2 usi, in pratica un Bignami dello svizzero: lama lunga e fine + cavatappi (i carrettieri francesi sono famosi per avere sete che non si placa con acqua e idrolitina) e poi un Opinel lama media,  tozza e forte con colore abbronzato dalle decine di anni passati fra tasca e taglieri
“C’è uno svizzero e due francesi…” un abbozzo di barzelletta, a voi le variabili, nei miei cassetti campeggiano lame finlandesi di Marttijmi e di Kuusamo, vendette còrse, eleganti affilatissimi sardi dal Montiferru, intarsiati legni da Bali, sono pronto a picsnics (plurale ahahah) etnici quasi dovunque! Si potrebbe anche pensare a un dress code che abbini cibi ai coltelli… chianina e Scarperia, sopresse e Maniago,  bottarga di Oristano e Pattada, kriss malesi eboh?
Basta fantasia mi è venuta fame. Sotto con il pane, avete pensato a quello che vi piacerebbe? Non ho dubbi: quello che fa Monica, mai lo stesso (anarchia al forno) ma sempre buono, per me meglio ancora  dopo un paio di giorni. 

Andiamo con la salsiccia. Qui a dire il vero il coltello potrebbe lasciare il passo ai diti: si preme un’estremità e voila il dégorgement de la saucisse dall’altra. Prendete con il dito preferito e spalmate abbondante sul paneAmmm pappa buona!
Salame, please. Partono le pubblicità: grana grossa toscana del Bullentini a San Lorenzo a Vaccoli, altrimenti pasta fina, morbido e fresco (detto anche coteghino dal norcino Giometti a San Leonardo in Treponzio), spalmabile finocchiona, ma… ocché l’avete già finito? E per me?
La bocca non è stracca se non sa di vacca. Obbedienti ci disponiamo al cacio. La forma tonda e perfetta dopo il primo spicchio sembra pacman dopo 5 minuti non sembra più niente ma la vostra forma, ora più rotonda, vi incolla alle vostre responsabilità.



Per chi non mangia il pollo con le dita, potreste anche aggiungere una forchetta, se siete fighi e moderni e polifunzionali è ok il modello Fire svedese che ha il manico cucchiaiato e il coltello forchettato
Il prato già profuma d’erba e salciccia, la vista sul lago, mare, montagne o colline (chissà dove siamo… ) ma non vi è ancora venuta sete? (sì lo so è una domanda retorica)
Glu glu?
Chissà cosa metto dentro al cestino? Bollicine o no? Rosso, bianco o rosé? Risposta: buono. Basta. Unica condizione, questa forte: bicchieri di vetro. Bicchieri a baricentro basso, stabili, ben prensili e capienti. Salute! 
E per quella crostata, quei biscotti che avete lasciato per il “in fundo”? ce lo vogliamo togliere lo sfizio di un vinello dolce? (oggi faccio solo domande retoriche...) Nel mio cuore, accanto ai coltelli, c’è un vino che mi ricorda una persona forte e sanguigna, Marco de Bartoli, conosciuta per caso a Pantelleria e scomparsa troppo presto come purtroppo spesso avviene. E il suo Bukkuram è un nettare. Anche qui concedetevi i bicchieri giusti! Se il prode degustatore con il ditino vorrebbe un bicchiere con stelo e grossa forma per rimirare il colore inebriante, a me piace usare bicchierini piccoli più tattici per un dejeuner sur l’herbe e che riportano al goccetto di rosolio che abbiamo in qualche anfratto della memoria dove campeggiano anche i pizzi e i merletti.


Qui finisce il  mio picnic (al massimo dopo c’è un thermos con il caffè), ora comincia il vostro! E voi? A quale picnic state pensando? E a quali occhi, vispi di bimbi o languidi di innamorato/a?
Mentre piego il plaid, lo guardo e vedo una 1100 bicolore. Papà e mamma che l’attrezzano, io e mia sorella che aspettiamo. Prato ombreggiato con vista su lago di Vagli, frustine di pane, formaggio, arrosto già tagliato, pomodori e cipolle dell’orto nellinsalatiera di moplen colorato giallo. Tutto pronto , dammi il piatto cosa vuoi e… oddio ecco una gallina che non rispetta la doppia striscia continua del quadrato magico, irrompe imprendibile (ricordate l’allenamento di Rocky?) in pochi secondi una due tre volte. La mamma si alza per prenderla scacciarla neutralizzarla, il papà protegge il moplen e la bottiglia dell’acqua con l’idrolitina. Noi ridiamo, applaudendo mentalmente uno spettacolo che nessun Actors’ Studio potrebbe ripetere. Buona la prima. Ve l’avevo detto che il divertimento si fa lì per lì.

L’augurio, poco nascosto, è di fare enne picnic alla enne, quasi che ogni incontro possa essere un picnic, dove i dettagli contano e causano buona vita quanto gli antociani causano il colore del vino. Essere pronti al picnic è un assetto mentale da curare preventivamente perché, come più o meno ha scritto Sun Tzu nel 300, tutto accade prima. E un picnic non è come la guerra; non si può perdere, proprio perché è un’occasione imperdibile.

Funa, Il Viaggiatore Romantico

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