Edi Kante: sul confine per continuare a superarlo.


Il confine sloveno è a poche centinaia di metri. Qui sul confine lo si è davvero e non in senso figurato. Su questo equilibrio da equilibrista, sull’astuzia e la finezza di chi è abituato a essere e pensare in modi diversi allo stesso tempo, pur mantenendo un proprio stile netto e coerente, si basano i vini di Edi Kante.

Il padre aveva un’osteria e un ettaro di vigna, da cui ricavava vino bianco e rosso per uso familiare e per la mescita. Dall’attività di famiglia alla produzione di vino (e di qualità) in una terra come il Carso che, fino agli anni ’80, ha vissuto quasi esclusivamente di pastorizia, il passo non è così breve come potrebbe sembrare. Ma Edi, visionario, pioniere del Carso triestino (quello che ospita anche Skerk e Zidarich, per far solo due nomi), inizia a spietrare e riportare terra rossa, per partire per primo nella zona con la messa a dimora di nuove barbatelle di Vitovska. E a proporre sin da subito vini insoliti, senza solfiti aggiunti e con lunghe macerazioni in tempi non sospetti, quando di orange wine ancora non se ne parlava, per poi “tornare indietro” per una questione di gusto personale e restituire alle sue bottiglie gli aromi varietali che la macerazione in parte negava/sottraeva.

Il mare, che dista qualche km, e la roccia carsica nella quale ha scavato fino a venti metri di profondità la sua cantina, sono due possibili chiavi di lettura. Sin troppo scontato qui parlare di mineralità*, basta guardarsi intorno e mettere il naso nel bicchiere. Più suggestivo ritrovare il salmastro in bottiglie che riposano nel cuore della terra. La contraddizione (solo apparente) che è di questa terra.
I vigneti di uve Malvasia, Sauvignon, Chardonnay e Vitovska, distribuiti in piccoli appezzamenti, vengono tutti vinificati separatamente. La raccolta delle uve è manuale, poi i grappoli, diraspati, finiscono in una pressa soffice e, dopo un passaggio veloce in acciaio, in barrique usate dove il vino sosta per almeno un anno, a 15 metri di profondità sotto terra e a una temperatura costante di 12°C. Segue un attento assaggio e assemblaggio, dopodiché i vini restano in acciaio per stabilizzarsi, dato che non verranno filtrati al momento dell’imbottigliamento. La sala dello stoccaggio (che ospita anche numerosissime bottiglie di vecchie annate) è la più profonda, a 20 metri nel sottosuolo con una temperatura costante di 10°C.


In rapida successione sono passati nel bicchiere il KK, metodo classico a base di Chardonnay e Malvasia, che riposa sui lieviti 15-20 mesi e viene sboccato senza dosaggio, seguito dalla versione rosé a base di Pinot Nero.
Poi la Vitovska, nell’ultima annata in commercio, la 2015 e, in magnum, la Riserva 2007.
La Bora 2011 è la selezione di Chardonnay, prodotta solo in poche, ricercate annate.
Del Sauvignon ci sono state proposte l’annata 2015 e la Riserva 2009.
Una nota di gesso e di salmastro rifinisce ogni sorso che sta nel bicchiere, con maggiore evidenza nei vitigni più delicati, Vitovska e Chardonnay, che con l’invecchiamento assumono sfumature anche di pietra focaia.
Ancor più spiccata la nota salina nella Malvasia, il vitigno che maggiormente incarna il legame con il mare, fusa con profumi di erbe aromatiche che crescono sulla pietra riscaldata dal sole, aromi che si ritrovano respirando la brezza che avvolge i vigneti a poche centinaia di metri dal Mediterraneo.
Infine i Sauvignon, più nordici degli altoatesini, diretti e verticali, senza alcuna concessione a ruffiane esibizioni olfattive che, con l’invecchiamento in bottiglia, assumono lunghezza e profondità, quasi fossero doline carsiche che sembrano stringersi e sparire nella roccia per poi aprirsi in meravigliose grotte dai molteplici colori.
*Parlare di mineralità sul Carso è quasi pleonastico se non addirittura riduttivo. Tutti i vini hanno una spiccata mineralità dovuta al suolo calcareo che ha una fortissima incidenza sui profumi ma, soprattutto, sul profilo gustativo di qualsiasi vitigno coltivato, di origine locale o più internazionale. Si deve parlare, in questo caso, di “effetto Carso”, ovvero di come questo terroir riesca in modo così evidente a caratterizzare tutti i vini qui prodotti.

Amelia De Francesco

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